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Volersi bene (seconda parte): che cosa posso amare di me stesso?

È molto utile volersi bene. Ne abbiamo già par­lato nella prima parte di que­sta serie di tre articoli.

Ma se sem­pli­ce­mente non mi voglio bene? Se non so cosa mi piace di me vera­mente? Se non so in che cosa sono vera­mente bravo? Se sco­prissi che penso solo di dover essere migliore e che non c’è nulla di me che vale la pena amare? Sapere con pre­ci­sione per quale motivo ci si deve voler bene non è affatto scon­tato come può sembrare.

La prima con­si­de­ra­zione da fare è che comun­que, che vi piac­ciate o meno, non potete evi­tare di avere a che fare con voi stessi. Ognuno di noi deve con­vi­vere con se stesso per l’intera vita e per que­sto con­viene sicu­ra­mente sce­gliere un rap­porto di ami­ci­zia e com­pli­cità. A volte anche una cosa che non ci piace acqui­sta una bel­lezza ina­spet­tata quando indi­vi­duiamo e pro­viamo ad assu­mere altri punti di vista.

La prima pro­spet­tiva utile da adot­tare potrebbe essere quella di sof­fer­marsi sul fatto che mente e corpo sono due entità inse­pa­ra­bili ma allo stesso tempo auto­nome fra di loro. Inte­ra­gi­scono e si influi­scono reci­pro­ca­mente in con­ti­nua­zione ma non rap­pre­sen­tano, come spesso si tende a dire, una vera unità. Il corpo fun­ziona in base alle leggi della natura e quindi ha obiet­tivi legati alla pura soprav­vi­venza. La mente dà vita ad obiet­tivi con­sa­pe­voli ben diversi e a volte in con­flitto almeno appa­rente con il corpo. Si potrebbe dire che sono due inqui­lini di un con­do­mi­nio che devono impa­rare a con­vi­vere e a cono­scersi e che non è detto che si piac­ciano a prima vista.

La seconda pro­spet­tiva pro­po­sta è che un corpo umano con­si­ste di sva­riati miliardi di cel­lule che lavo­rano insieme in modo mera­vi­glioso e affa­sci­nante in ogni istante della nostra esi­stenza. Ciò rimane vero in qual­siasi con­di­zione in cui l’organismo si trovi per­ché, anche nella malat­tia, rimane sem­pre qual­cosa che fun­ziona bene fino all’ultimo respiro. È que­sta mol­ti­tu­dine di cel­lule che ci per­mette di vivere, di sen­tire e di met­tere in pra­tica i nostri desideri.

Sarebbe quindi utile pen­sare al pro­prio corpo come ad un ani­male dome­stico da accu­dire o come ad un pre­zioso regalo della natura. Se così faces­simo risul­te­rebbe più facile evo­care una giu­sta sen­sa­zione di bene­vo­lenza nei nostri con­fronti. In quest’ottica potrebbe essere allora il corpo l’obiettivo con­creto del nostro affetto, con lo stesso atteg­gia­mento che saremmo capaci di avere nei con­fronti di un ani­male che amiamo. Foca­liz­zarsi sul corpo rende più facile il per­dono e l’aiuto nei pro­pri con­fronti piut­to­sto che con­cen­trarsi sul carat­tere o sulle atti­tu­dini men­tali, aspetti molto più astratti della nostra persona.

Avere la giu­sta imma­gine di se stessi aiuta pro­fon­da­mente nell’auto-gestione e nella capa­cità di amare noi stessi, cosa indi­spen­sa­bile per poter poi amare anche gli altri.

La giu­sta imma­gine è quella che nella per­ce­zione per­so­nale sve­glia la voglia di fare tesoro di quello che è il pro­prio orga­ni­smo e la vita in genere. Il pros­simo passo è instau­rare una vera e pro­pria comu­ni­ca­zione di ascolto e dia­logo con il pro­prio orga­ni­smo, aspetto che appro­fon­di­remo nel pros­simo articolo.

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