
Mi è capitato tra le mani, non troppo tempo fa, "Homo Delphinus" libro cult dell'apnea, scritto da Jacques Mayol. Sfogliandolo, sono incappato in una delle affermazioni più curiose, che per anni è stata utilizzata da centinaia di sub, con buona pace delle mogli: l'uso dell'aglio. Così Mayol affidava alla penna alcune considerazioni al riguardo, non prive di aneddoti: "Pedro aveva incominciato ad immergersi dall'età di 7 anni e continuava ancora, nonostante che ne avesse 81[....] il suo segreto, mi confidò in seguito, mentre risalivamo assieme da un'immersione da una ventina di metri, era l'aglio. [...] Da allora ho seguito il suo consiglio e mi sono messo anch'io a mangiare grandi quantità di aglio crudo, specialmente dopo il mio ritorno in Italia, all'Isola d'Elba, durante l'allenamento per i cento metri. Con grande stupore di tutti i miei sub, nel giro di qualche settimana, i miei tempi d'apnea migliorarono sensibilmente. Coincidenza? Non credo. L'effetto diretto dell'aglio sui bronchi e sui polmoni è noto fin dall'antichità,[...]L'aglio sarebbe efficace contro i raffreddamenti del corpo, i raffreddori di testa, i catarri delle vie respiratorie. E' lecito quindi pensare che possa stimolare, ad esempio, la partecipazione di certi alveoli polmonari di riserva che, si sa, non funzionano normalmente, e ciò spiegherebbe questo aumento dell'apnea". Ma sarà vero?" mi sono chiesto ...
D'altronde alcune delle tecniche applicate da Mayol sono alla base dell'apnea moderna, ad esempio il Pranayama, oppure la discesa a testa in su con la slitta, per cui, forse, anche queste proprietà attribuite all'aglio non sono poi del tutto infondate. Ho quindi scartabellato tra internet ed enciclopedie, e ho visto che da molte parti, soprattutto su autorevoli testi, questa caratteristica era riportata, per cui m'ero ripromesso che, alla prima occasione, avrei chiesto ad un esperto della nutrizione se l'aglio ed altri cibi fossero veramente indicati per l'apnea e, più in generale, quale tipo di alimentazione dovrebbe seguire un apneista o pesca-sub.
Dal recente congresso di Pisa
L'occasione è presto arrivata: alla recente conferenza organizzata dal Centro di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa, per opera dell'Ing Antonio Benassi e dell'Ing. Remo Bedini, "Conference un biomedical issues on long lasting manned mission", ho avuto occasione di parlare con il Dr. Filippo Ongaro, Direttore Sanitario di Ismerian, un istituto all'avanguardia nella medicina rigenerativa e anti-aging. Alcuni di voi storceranno il naso, pensando che poco ha a che fare lo spazio con il sesto continente. Ma non è così: i modelli relativi alle operazioni in saturazione, alla vita degli operai sulle piattaforme in off-shore, di chi opera nei sottomarini e per certi versi anche di operatori e pazienti sottoposti a lunghi periodi di permanenza in camera iperbarica, sono assolutamente congruenti con i moduli abitativi o le attività che devono sostenere gli astronauti impegnati in missioni a lungo periodo. Ed anche sull'apnea esistono interessantissime affinità tuttora in studio tra la fisiopatologia dell'immersione e quella aerospaziale. Per cui, rivolgiamo, a margine del congresso, qualche domanda a tutto tondo al Dr Filippo Ongaro.
Dr Ongaro, lei viene dalla medicina spaziale, è stato per anni medico presso l'ESA, l'Agenzia Spaziale Europea, quali sono i punti di contatto tra lo spazio e le immersioni, anche quelle in apnea?
Sul piano fisiologico sono ambienti molto diversi, ma hanno in comune l'essere entrambi ambienti estremi. Costringono l'organismo a lavorare ai limiti delle proprie capacità psico-fisiche e in un ambiente che presenta molti elementi di rischio. Da questo punto di vista le analogie sono quindi molte. Consideri che le immersioni sono molto usate nel training degli astronauti. Questo perché in acqua si possono simulare le attività extraveicolari (passeggiate spaziali) ma anche perché si comprende come la persona si comporta in un ambiente diverso dove la sua "comfort zone" è ristretta.
Parte delle sue ricerche hanno riguardato la prevenzione dell'invecchiamento, che è uno dei fenomeni che colpiscono maggiormente chi vice nello spazio, sei mesi nello spazio equivalgono, se non erro, a quasi dieci anni sulla terra, giusto?
In effetti questo è il problema centrale della medicina da quando si è iniziato ad affrontare missioni di lunga durata. Se 6 mesi in assenza di gravità corrispondono a circa 10 anni, una missione su Marte, della durata di circa 3 anni (12 mesi di volo complessivo e una lunga permanenza sul pianeta) vuol dire grosso modo tornare 25-30 anni più vecchi. Sebbene questi siano calcoli grossolani rendono l'idea di quale sia la sfida da vincere sul piano medico. Senza un programma di prevenzione e riabilitazione in grado di frenare questo processo, non sarà possibile alcuna missione. D'altra parte già oggi l'approccio preventivo, terapeutico e riabilitativo della medicina spaziale può essere usato per rallentare i processi di invecchiamento. Quello che mi auguro è che l'obiettivo Marte permetta di scoprire metodi nuovi da utilizzare poi anche a terra per prevenire le patologie della vecchiaia.
In Italia non c'è un programma televisivo che non contenga una porzione, anche piccola dedicata al cibo, anche la nostra rivista, ad esempio, ha una rubrica dedicata alla cucina, segno che abbiamo una cultura del cibo, ma è una buona cultura oppure no?
E' certamente migliore di quella di molti altri paesi però è anche cambiata molto e in peggio negli ultimi anni. Inoltre è una cultura più del buon gusto che della nutrizione corretta. Dalla dieta mediterranea (verdure di stagione, molto pesce, ilio di oliva, etc) infatti gli italiani in realtà sono passati ad una dieta iperglucidica, troppo ricca di zuccheri e carboidrati bianchi. Pasta, risotti, pane, pizza, zucchero nel caffè etc sono solo alcuni esempi dell'elevato carico glicemico della nostra nutrizione. Questo si trasforma in termini epidemiologici in un grande aumento di obesità, sindrome metabolica e diabete tipo II nel nostro paese.
Mayol riporta nel proprio libro "Homo delphinus" che da quando scoprì l'aglio come ingrediente della propria dieta, ebbe un miglioramento sensibile e tangibile della propria respirazione, con apnee più lunghe e più profonde. E' plausibile, oppure frutto solo di un effetto placebo?
Non conosco questo specifico caso, ma quello che sappiamo è che l'aglio contiene l'allicina, una sostanza ricca di cisteina e zolfo, con proprietà detossificanti, anti batteriche e mucolitiche, quindi è certamente possibile che migliori la funzionalità respiratoria.
Così come l'aglio, altre spezie come il peperoncino, possono avere un effetto benefico sulle proprie performance sportive?
Direi che l'importanza di spezie come curcuma, cannella, zenzero, peperoncino, rosmarino ed altre va oltre le prestazioni sportive. Le spezie ed i fitonutrienti sono uno dei temi fondamentali della nutri genomica, un nuovo settore della medicina che si occupa dell'effetto del cibo sull'espressione genica e sull'attività molecolare della cellula.
Il cibo non viene più visto semplicemente come calorie ma come informazione molecolare che entra dentro il corpo ed è capace di regolare ( o deregolare nel caso del cibo sbagliato) la funzionalità cellulare. Le spezie sono senza dubbio tra le sostanze più ricche di informazioni corrette e quindi sono molto importanti nella nutrizione di tutti, atleti compresi.
Su giornali e riviste leggiamo spesso articoli su scoperte scientifiche riguardo virtù nascoste in qualche cibo, altri invece, che confermano quanto la tradizione popolare tramanda, sono bufale..oppure mangiare cavolo nero, bere vino, eliminare i grassi, diventare vegetariani ci aiuterà a vivere più a lungo?
Direi che ci sono molte nuove scoperte, ma spesso vengono divulgate in modo confuso e sensazionalistico. Molte di queste scoperte ci suggeriscono di tornare il più vicino possibile alla nutrizione primordiale, quella per cui siamo programmati sul piano genetico. In poche parole eliminare il più possibile i prodotti raffinati ed industrializzati e mangiare abbondanti quantità di verdure, legumi, frutta, pesce e sostituire i carboidrati bianchi con quelli integrali. Quest'ultimo è forse il passo più importante in un paese come il nostro che non abusa di burro, ma di carboidrati bianchi. Poi c'è da dire che sostanze come il resveratrolo contenute nel vino rosso sono effettivamente in grado di stimolare la longevità. Tuttavia per introdurne con il vino la quantità necessaria ad averne un effetto, si rischia l'alcolismo! La soluzione per questo nutriente come per altri è la nutraceutica, cioè lo sviluppo di prodotti naturali ad alte concentrazioni che diventeranno secondo me i farmaci del futuro.
Un pescasub, che passa quattro o cinque ore in mare per una battuta di pesca, oltre all'idratarsi comunque molto e a reintrodurre i Sali minerali persi, cosa deve mangiare, tenendo conto appunto del dispendio energetico e dell'ambiente in cui si muove?
Molto importante è il mantenimento di una glicemia adeguata. Ancora una volta questo si fa scegliendo non cibi ricchi di zuccheri (barrette, bevande, etc) ma cibi con un indice glicemico basso come riso e pasta integrali, pane integrale, frutta e poi cibi come noci, mandorle e frutta secca. I primi andrebbero assunti 2-3 ore prima dell'immersione e invece poco prima le noci e la frutta secca. E' bene comunque sempre testare le risposte individuali ad un nuovo regime alimentare prima di un evento impegnativo.
Cercare di rimanere in linea, tra coffee break e aperitivi è veramente arduo, quali sono gli alimenti da evitare?
Sì, non è facile. Occorre cambiare mentalità e capire che praticamente la totalità delle malattie cronico - degenerative ( dal diabete alle malattie cardiovascolari, dai tumori all'Alzheimer) è influenzata da come mangiamo. La medicina del 21esimo secolo parte proprio dalla nutrizione. Si possono fare eccellenti coffee break con noci, frutta fresca, centrifughe, etc. E' una questione di cultura. Viene da ridere (o meglio da piangere) sentire ai congressi medici parlare di malattie cardiovascolari, diabete o obesità e poi vedere centinaia di medici abbuffarsi con pastine, pizzette etc. Ripeto, è una questione di cultura. Dobbiamo passare dal vivere per mangiare al mangiare per vivere.
Negli ultimi anni andare dal medico per fare uno screening delle intolleranze alimentari è ormai un must e, alla fin fine, mi sembra di capire che si elimini sempre pasta, pane, pomodoro..hanno senso questi test o, forse, bisogna incominciare ad approcciare in maniera diversa il discorso di cibi buoni/sbagliati?
In effetti c'è una quantità di persone molto elevata che presenta intolleranze e/o allergie alimentari. E' ancora una volta una prova che la nutrizione moderna non è quella adatta al nostro genoma. Pensi che in 150mila anni non siamo cambiati di una virgola sul piano genomico e fisiologico. Ma quasi nulla dell'ambiente e quindi dello stile di vita che ha selezionato il nostro genoma è presente oggi. Per esempio non c'è da sorprendersi che circa il 45-50% dei sud europei sia intollerante al lattosio. Il latte di mucca è un alimento evolutivamente nuovo per cui non siamo preparati. Non esiste animale in natura che beva il latte di un'altra specie. I test sono sicuramente importanti, ma se si ripristina un'alimentazione più in linea con le nostre esigenze biologiche, si risolvono spesso i problemi anche senza i test diagnostici.
Il controllo dell'indice glicemico, meglio farlo solo quando si è a rischio diabete oppure è un valore da controllare sempre?
Un'alimentazione con carico glicemico basso è un passo fondamentale per garantirsi la salute e per prevenire molte malattie. Siamo tutti a rischio diabete se mangiamo zucchero e carboidrati bianchi in abbondanza.


