
DALLA MEDICINA DI BASE ALLA BASE DELLA MEDICINA
Prevedere, prevenire, personalizzare e partecipare, queste le semplici regole di una medicine nuova nella tecnologia, ma antica nella sua semplice filosofia.
Ogni anno vengono pubblicati più di settecentomila articoli medici in riviste scientifiche internazionali. Pubmed, il principale database di studi biomedici, contiene oltre diciannove milioni di articoli. E' stato calcolato che anche se riuscisse a leggere due studi al giorno (cosa assai rara), in 12 mesi un volenteroso medico rimarrebbe indietro di 9 secoli rispetto alla letteratura scientifica. Non c'è da stupirsi dunque se la distanza tra il mondo della ricerca e quello dell'applicazione clinica è sempre più ampia. Anche se spesso siamo spinti a pensare il contrario, molti studi indicano che il tempo medio per l'applicazione clinica di massa di una nuova scoperta medica si aggira attorno ai 20 anni. Troppo considerando che di mezzo ce ne vanno la vita e la salute delle persone. Viene da chiedersi allora a cosa servano tutte queste pubblicazioni scientifiche? A migliorare le cure offerte ai pazienti? Solo in minima parte. In realtà nell'ambiente medico domina da decenni una cultura detta del public or perish (pubblica o muori) grazie alla quale la pubblicazione è prima di tutto uno strumento di carriera e di potere. Così per pubblicare tanto ogni ricercatore si specializza in un suo filone, non necessariamente un'area di grande rilevanza, ma semplicemente un tema molto definito che gli permetta di sfornare uno studio dopo l'altro. Ma una cosa è certa: quello che più manca oggi in medicina non sono nuovi dati ed evidenze, ma un sistema di navigazione sufficientemente efficace da permettere al medico di trovare la strada in un oceano di nozioni già esistenti. In altre parole, prima di produrre più sapere occorre imparare a gestire meglio quello che abbiamo a disposizione. E poi questo sapere, che oggi è collocato in un'architettura di conoscenze mediatiche orientata verso la cura delle malattie acute, deve essere messo a disposizione di una nuova metodologia clinica finalizzata invece a gestire l'epidemia di patologie croniche. Oggi, in occidente, non si muore più di polmonite o dissenteria, ma si vivono lunghi anni di vecchiaia troppo spesso funestati da mille insidie e da una scarsa qualità della vita: osteoporosi, malattie cardiache, diabete, tumori e Alzheimer sono esempi di condizioni sempre più frequenti per le quali la medicina così concepita fa troppo poco. E' assurdo infatti che la stragrande maggioranza della spesa sanitaria sia diretta a tamponare maldestramente le manifestazioni finali di processi cronici. Perché non intervenire prima in modo da garantire in parallelo longevità e qualità della vita? Di questi temi si occupano i settori più innovativi delle scienze biomediche. In America questa nuova medicina la chiamano P4 medicine o medicina delle 4P. essa infatti si prefigge di prevedere lo sviluppo di malattia utilizzando sempre più precisi marker genomici e molecolari; è orientata verso il prevenire precocemente i fenomeni patologici per ridurre drasticamente il rischio di sviluppare malattie croniche; personalizza ogni approccio in quanto tutto viene fatto su misura per le caratteristiche del soggetto sul piano molecolare e psicologico ed invita al partecipare nel senso che trasforma la relazione medico-paziente in una partnership per la salute. Chi non vorrebbe una medicina così? Questo è quello di cui si occuperà questa rubrica, uno spazio dedicato alla scienza per la salute, dove vengono sfatati luoghi comuni e descritti nuovi approcci e dove si punta a cambiare il paradigma della medicina non vedendo più la salute solo come l'assenza di malattia, ma come una funzione integrata di biologia, ambiente e comportamenti.


