Il Nordest prepara il suo futuro hi-tech

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Fonte:
La Repubblica Affari e Finanza
Data:
8 marzo 2010

Piccole azienze con reparti di R&S, una su tre ha anche una unità di progettazione. Non è più solo l'export l'indicatore dello stato di salute del sistema produttivo.

Uno studio recentissimo rivela che i due terzi delle imprese non ha tagliato gli investimenti in innovazione anche nel pieno della bufera della crisi e che una su quattro li ha anche aumentati. Viaggio tra le start up che disegnano la nuova mappa dello sviluppo.

La sorpresa è scritta in una ricerca della Fondazione Nordest condotta l'ottobre scorso su un campione di 1000 aziende con più di 10 addetti. La sorpresa è che, nonostante il crollo degli ordini e del fatturato, l'industria del Nordest non smette di investire in innovazione. Non si sa se questo avamposto di innovatori sia la classica rondine che non porta la primavera, o sia invece un bucaneve solitario che spunta dal gelo di una situazione economica ancora disastrosa. Ma i dati parlano chiaro: quasi un'impresa su quattro dice di aver mantenuto, nonostante la crisi, gli investimenti in corso e addirittura di averne progettati di nuovi. La maggioranza delle aziende, quasi il 60%, non ha fermato quelli che aveva in corso. Il bilancio è che a Nordest, un'azienda su 10 ha un reparto che si occupa esclusivamente di ricerca e sviluppo, un 30% anche un reparto per la progettazione e il design. Dice Giancarlo Corò, professore d'economia ed esperto di distretti: "La crisi ci costringe a vedere con occhi diversi questo sistema e ripensare i tradizionali indicatori che affidavano solo all'import-export lo stato di salute del nordest". Un esempio? Secondo le statistiche, tra il 2004 e il 2007 nel settore della sanità, gli addetti sono cresciuti in Veneto di quasi 10.000 unità, nella sola provincia di Treviso sono il 30% in più in pochi anni. Sono tutti posti di lavoro prodotti dal settore privato e con iniziative totalmente nuove a testimonianza di una società matura e ricca che invecchia e che affida al benessere e alla salute un ruolo centrale. Ci sono casi, come quello della Ismerian (che sta per Istituto di Medicina rigenerativa e antietà) che, se non altro per la sua storia, assurge un po' ad esempio di questa tendenza. Finanziata da un industriale manifatturiero, Zorzi, attraverso una fondazione, è il primo Istituto Europeo privato dedicato interamente alla medicina rigenerativa. Lo ha messo in piedi il medico Filippo Ongaro, 40 anni, che è stato medico degli astronauti presso l'Agenzia Spaziale Europea, e che applica l'esperienza diagnostica e terapeutica derivata dalla ricerca spaziale ai suoi pazienti per rallentare processi di invecchiamento e migliorare la qualità della vita. " E' una medicina che guarda l'uomo nel suo complesso con gli strumenti più avanzati che vanno fino alla genetica ed ha un carattere 'sartoriale', tagliato ad hoc sulla persona" dice. Insomma come un vestito d'un grande sarto, un lusso: " Ma non è vero che lo sia-dice Ongaro- se si esce dal concetto che ci si deve preoccupare della nostra salute solo quando cominciano le patologie, e metà dei nostri pazienti sono malati cronici".Attorno al tema della salute "personalizzata", basata sull'innovazione e la ricerca, sono nate decine di iniziative in collaborazione con le università. Nell'area del parco di Trieste, il primo italiano, è nata ad esempio a fine del 2009, G&life, un'azienda che combina genetica, biologia, scienza della nutrizione e, per i golosi, alta cucina per sviluppare percorsi nutrizionali e diete. "Il nostro procedimento-dice la Dottoressa Daniela Petroni - utilizza un esclusivo software capace di assemblare informazioni ed elaborare diete e programmi personalizzati". Da no spinoff dell'Università di Padova è nata Ananas Nanotech, un'azienda fondata nel 2007 da un gruppo di ricercatori che sta per lanciare un prodotto a base di nano particelle. Queste consentono di diagnosticare la malattia quando gli indicatori presenti nell'organismo sono molto bassi. "Stiamo completando il piano industriale - dice Davide Merlin cfo di Ananas-e tra qualche mese valuteremo l'ingresso di un socio finanziario". Dall'incontro tra un professore di biologia dell'Università di Padova, Luigi Bulbacco, e un imprenditore veneto è nata un'azienda, la FRI, che opera nell'area delle biotecnologie mirate a soddisfare le esigenze della piccola e media industria alimentare. Insomma un fiorire di iniziative nuove che tracciano una strada diversa. Ma c'è anche il vecchio settore manifatturiero dove molte aziende, anche nei settori tradizionali, hanno preso decise la via dell'innovazione. Nella meccanica nel trevigiano c'è ad esempio la Texa, azienda leader nella costruzione di strumenti elettronici di diagnosi per auto, moto e camion, i cui premi europei ed internazionali non si contano. Il suo fatturato, 50 milioni, non ha conosciuto discese nel 2008, i dipendenti sono aumentati. I suoi apparecchi diagnosticano le "malattie" delle automobili, ormai tutte governate dall'elettronica. I suoi 90 ingegneri e specialisti studiano come perfezionare una tecnologia che ha consentito però di mantenere una vecchia figura artigianale, quella del meccanico, dotandolo di strumenti che ogni casa automobilistica progettava per conto suo. Adesso con queste macchinette diagnostiche ci si può collegare al web dove Google rintraccia attraverso dei database ad hoc, i "casi" più difficili. Ma è la tecnologia e l'innovazione che hanno consentito a Mario Putin, presidente della Serenissima Ristorazione, 200 milioni di fatturato, di inaugurare nel "nero" anno 2009 uno stabilimento da 20 milioni di euro con un'occupazione di 300 persone. Vicino Padova, a Boara, vengono prodotti 30mila pasti al giorno per aziende ospedaliere ed imprese, cucinati, raffreddati e trasportati in camion e che possono essere serviti anche a 200 km di distanza. Trasportati in speciali carrelli, i pasti possono essere riscaldati alla bisogna in tre quarti d'ora. I piccoli innovatori sono testimonianza di un sistema diffuso e ormai radicato: " In questi ultimi 10 anni, dice Stefano Micelli, docente di Economia a Ca' Foscari - la parola innovazione è entrata nel nostro vocabolario. Oggi le nostre università hanno avviato progetti per incubatori d'impresa, gli atenei sostengono spinoff commerciali, si moltiplicano i premi. Basta questo per uscire dalla crisi?Difficile dirlo. Bisogna spingersi oltre, valorizzare anche tutta l'innovazione che abbiamo nei grandi cantieri, spesso contestati, del nostro paese ". Micelli cita ad esempio il MOSE una delle più grandi opere pubbliche mai realizzate per la salvaguardia dell'ambiente. " dopo molti anni e molte polemiche entriamo nella fase conclusiva di un'opera costata 10 miliardi di euro. Iniziamo a "spacchettare" lo sforzo che abbiamo fatto e valorizzare le tecnologie messe a punto. Che sono meccaniche, idrauliche, di materiali usati per vernici, rivestimenti e così via. Facciamo lo stesso per i restauri dei grandi monumenti che il mondo ci invidia. Magari milioni di cinesi che vivono sull'acqua potrebbero essere interessati".(Alessandra Carini)

 

 

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